Dal 1860 i calabresi hanno 3 possibilità: povertà, disonestà, emigrazione
Calabresi, sveglia!

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Questo blog è dedicato a tutti i calabresi "normali" che sono gli eroi di tutti i giorni

a chi lotta quotidianamente contro l'illegalità, il malcostume e l'inciviltà diffusi nella nostra regione

a chi ha saputo rinunciare ai soldi e al prestigio pur di non vivere sotto ricatto

a chi ha perso la vita per amore della sua terra e della giustizia

a tutti gli emigranti che non sono più tornati

a tutti quelli che invece di emigrare decidono di restare e rendere la Calabria un posto migliore

a Corrado Alvaro e Rino Gaetano

alle nuove generazioni calabresi che, informandosi e studiando, sapranno sconfiggere la violenza dei giorni nostri

e soprattutto è dedicato alla Calabria




"Ho sentito dire da molti stranieri che la Calabria è una terra delle più belle d'Italia. Io non lo so, perchè l'amo" (Corrado Alvaro, Un treno nel sud, 1958)



"La mia diletta città potrebbe benissimo fare a meno di me, ma sono io che non posso fare a meno di essa. Essa che mi scorre nelle vene e che amo." (Bernardino Telesio)
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venerdì, 20 novembre 2009
Inchiesta Anaconda: 14 condanne e 6 assoluzioni per le cosche di Cosenza
'Ndrangheta: 14 condanne e 6 assoluzioni per cosche cosentino

19 novembre 2009
Catanzaro.
Quattordici persone sono state condannate ed altre sei sono state assolte al termine del processo con rito abbreviato nei confronti di esponenti delle cosche del cosentino.

La sentenza e' stata emessa dal Giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catanzaro, Abigail Mellace. Le condanne variano dagli 8 anni e 4 mesi ai 6 mesi di reclusione. La condanna maggiore è stata inflitta a Lorenzo Lucchetta che dovrà scontare la pena di 8 anni e 4 mesi. Il Gup ha condannato gli imputati anche a risarcire le parti civili. In particolare alla Regione Calabria è stato previsto un risarcimento di 80 mila euro. Le persone imputate nel processo furono arrestate nell'ambito dell'operazione 'Anaconda' compiuta dai carabinieri di Cosenza nel giugno del 2008. Gli imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, usura, estorsioni e riciclaggio.

ANSA


Operazione Anaconda giovedì, 12 giugno 2008
Operazione Anaconda: arresti a Cosenza mercoledì, 11 giugno 2008



Scritto da: Pablo79 alle ore 14:35 | link | commenti | categoria: calabria, riciclaggio, ndrangheta, cosenza, usura, cicero, anaconda, castrolibero
sabato, 14 novembre 2009
In fondo al mar (grazie al Manifesto)

Immagine
IN RETE DA OGGI
In fondo al mar.info, la mappa interattiva

«In.fondo.al.mar.» è un progetto di infovisualizzazione sulle navi affondate nel Mediterraneo che parte dall'inchiesta del manifesto sulle cosiddette navi a perdere, cominciata dalla vicenda di Cetraro. Il progetto intende "portare i veleni a galla", aiutando a fare chiarezza sulla vicenda. Il sito raccoglie e mette a disposizione dati pubblici e inediti sulle navi sospettate di aver affondato rifiuti tossici e fornisce una mappa che mostra i luoghi degli affondamenti sospetti, una cronologia degli affondamenti, un insieme di statistiche e schede informative sulle navi sospette. «In.fondo.al.mar» è un progetto in evoluzione, sviluppato da David Boardman, ricercatore ricercatore al Design Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit). Ed è soggetto a correzioni e aggiornamenti e aperto ai contributi degli utenti. Il sito sarà consultabile da oggi cliccando su www.infondoalmar.info, e raggiungibile attraverso il sito del manifesto (www.ilmanifesto.it)

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091113/pagina/02/pezzo/264575/




APERTURA  

di Alessandra Fava, Paolo Gerbaudo, Andrea Palladino
INCHIESTA
I veleni a galla
La Athina trasportava solventi chimici, la Agios Panteleimon solfato d'ammonio, la Kaptan Manolis fertilizzanti. Sono 73 i relitti dei veleni rintracciati dal manifesto. Gli affondamenti sono avvenuti tutti tra il 1979 e il 2001. Uno scandalo internazionale

In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. È il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati - ora come nel passato - ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria. La storia delle navi dei veleni non è finita a Cetraro. Il caso non è chiuso, anzi, si è arricchito di nuove storie da raccontare, da passare alle generazioni più giovani. È una sorta di testimone che viene dal passato, una staffetta mantenuta in piedi dalla libertà di stampa e da quelle forze sociali che non accettano le verità di comodo. Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui - raccontava il suo volto - avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.

Settanta nomi
Questi due mesi hanno avuto il pregio di recuperare l'intera storia delle navi a perdere e delle rotte dei veleni. Sono riapparsi elenchi dimenticati, pezzi di inchieste archiviate, indagini realizzate da straordinari investigatori, come il capitano di vascello Natale De Grazia. Occorre, dunque, ripartire da questo materiale che era stato abbandonato per anni, dai nomi delle tante navi affondate in maniera sospetta, spesso con un carico dichiarato - ovvero assolutamente ufficiale - di sostanze tossiche. La Athina R., colata a picco nel 1981, trasportava solventi chimici; la Scaleni, affondata nel 1991, con nitrato d'ammonio; la Agios Panteleimon, affondata nel 1998, carica di solfato di ammonio; la Kaptan Manolis I, finita in fondo al mare a ovest della Sicilia, con un carico di fertilizzanti. E tante altre, i cui carichi spesso non erano dichiarati, oppure in apparenza sembravano contenere merci senza valore. Settanta navi, settanta storie, che il manifesto ha ricostruito, per avere un quadro complessivo della storia delle navi a perdere. Storie che da oggi sono consultabili liberamente e da tutti su un sito pensato per mantenere la memoria storica dell'intera vicenda.

Perché le navi?
Siamo stati abituati a considerare il traffico di rifiuti una attività soprattutto terrestre. La vicenda dei rifiuti dei casalesi - che iniziano ad occuparsi dello smaltimento criminale delle scorie in maniera industriale dal 1989 in poi - ha fatto conoscere l'impatto degli scarti dell'industria in Terra di lavoro, come era chiamata anticamente la provincia di Caserta. Un traffico con coperture politiche di alto livello, che - secondo la Dda di Napoli - avrebbe coinvolto anche il vice ministro dell'economia Cosentino, il cui arresto è stato chiesto l'altro ieri anche per vicende collegate al traffico di rifiuti.
Il complesso sistema del traffico di rifiuti è flessibile, non lineare, capace di adattarsi ai cambiamenti delle normative, da una parte, e alle esigenze dell'industria dall'altra. Gli anni '80 hanno rappresentato la prima fase, dove l'esportazione verso l'Africa e l'America Latina era la soluzione a portata di mano, silenziosa e conveniente. La necessità di avere una rete di armatori pronti a trasportare oltre il Mediterraneo migliaia di fusti velenosi fu la fortuna dei primi broker organizzati, di società con capitale italiano in grado di avere il contatto giusto. Nascono le rotte dei veleni, percorsi che iniziano in piccoli porti poco conosciuti e che terminano sulle spiagge africane, dove se muore qualcuno intossicato nessuno, nel mondo occidentale, se ne accorge. Ma c'è un filo che inevitabilmente riporta la traccia di quei rifiuti verso chi lo ha spediti.

Le prime rotte dei trafficanti
Gibuti, Somalia, Venezuela e Romania. Poi Nigeria: sono queste le rotte preferite dai trafficanti di rifiuti tossici. Almeno fino al 1989, fino a quando una legislazione internazionale molto permissiva lo permetteva. È uno schema che si ripete come racconta la storia della Zanoobia: c'è un ammassatore autorizzato dalla regione di turno che raccoglie i rifiuti tossici; questa paga poi un'azienda che abbia accordi con un paese estero - un broker internazionale - per portare altrove i rifiuti. Passato il carico la prima azienda se ne può lavare le mani e soprattutto lo schema rende invisibili le industrie che avevano prodotto le scorie. Il broker a sua volta millanta impianti di depurazione all'estero che tutti sanno inesistenti. E così si riempiono campi, discariche, fiumi, deserti di paesi terzi.
Il grande business ha il suo cuore dal biennio 1986-1987 fino alla grande crisi di navi rifiutate qui e là, di cui però la dormiente Italia capisce qualcosa sono nell'88 quando esplode il grande caso delle "navi dei veleni". Migliaia di bidoni pieni di veleni iniziano a tornare nei nostri porti, rifiutati persino di paesi con regimi democratici precari. Si scatena un finimondo, la questione arriva in parlamento e l'allora ministro all'ambiente Giorgio Ruffolo riferiva serafico che la produzione di rifiuti tossici in Italia si aggirava probabilmente intorno ai 45 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti tossici nocivi prodotti dalle industrie erano 5 milioni di tonnellate e «per quanto riguarda i rifiuti industriali noi valutiamo la capacità di smaltimento a meno di un quinto della quantità prodotta, cioè a circa il 15 per cento» di quei 5 milioni. L'esportazione, anche se Ruffolo non lo dice, diventava così un'ottima soluzione per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si andava creando.

I porti delle nebbie
Regola numero uno: cercare porti defilati, dove i controlli sono minori, dove si riesce a ungere qualche ruota e con pochi occhi indiscreti. Porti minori, come Chioggia o Marina di Carrara, da dove parte nel febbraio 1987 la Lynx - la nave che tenterà di far sparire i 10.500 fusti tornati poi in Italia con la Zanoobia. Porti che dovevano garantire discrezione e silenzio. Ma qualcosa all'inizio del 1987 s'inceppa.
Riccardo Canesi, Antonella Cappè e Alberto Giorgio Dell'Amico della Lista verde di Carrara inviano il 6 febbraio 1987 una denuncia al pretore della loro città, al procuratore della repubblica dell'ufficio circondariale marittimo di Marina di Carrara e al Ministero dell'ambiente: «Al porto di Marina di Carrara, nella banchina di sud-ovest del molo di ponente sono depositati fusti contenenti sostanze non precisate collocati in pallets che emanano odori pestilenziali. A quanto ci risulta tali fusti (dei quali una parte è già stata caricata) dovrebbero contenere rifiuti tossici e nocivi (spediti dalla presunta ditta Gellyfax) e dovrebbero essere caricati sulla motonave Lynx (della compagnia Cargo Ship) battente bandiera maltese, in rada presso il porto di Marina di Carrara, con destinazione Gibuti (ex Somalia francese)». Il 10 febbraio anche il presidente della Regione Toscana Sergio Bartolini chiede con un telex l'intervento dei magistrati di Massa, Carrara, Genova e della capitaneria di porto di Marina di Carrara. Nessuno interviene, le denunce finiscono in cassetti ancora oggi chiusi. La nave Lynx parte l'11 febbraio con 2.147 tonnellate contro una portata di almeno 5 mila. «Avevamo delle dritte dall'ambiente del porto di Marina e da Legambiente lombarda - racconta oggi Canesi, che è stato anche capo della segreteria del ministro Edo Ronchi e ora è con gli ecologisti democratici - della Linx ricordo che i fusti erano piuttosto anonimi, risalimmo alla Jelly Wax perché era nelle polizze di carico e poi indagammo su Gibuti e Porto Cabello scoprendo che non c'era là nessun impianto di trattamento dei rifiuti». Impianti fantasma , esistenti solo sulla carta, che servivano a bypassare le pochissime norme internazionali esistenti. Bastava far risultare da qualche parte che in Africa c'era un impresa pronta a ricevere il carico e nessuno, in realtà, si metteva a controllare. «Chiamai anche il sostituto procuratore dell'epoca - continua Chianesi - che mi disse di lasciar perdere e far partire le navi. Se invece la magistratura avesse bloccato subito quelle partenza si sarebbero risparmiati miliardi di lire che servirono poi per far tornare quei carichi in Italia e bonificare quei rifiuti adeguatamente». La Lista verde all'epoca presentò anche altri esposti il 6 aprile 1987 per la nave Akbay; il 12 giugno 1987 per la Radhost e il 13 luglio 1987 per la Baru Luch e nuovamente li mandò al pretore di Carrara, al procuratore della Repubblica di Massa, all'ufficio marittimo di Marina di Massa al ministero per l'ambiente e questa volta anche all'Usl di Massa Carrara, alla provincia e al comune di Carrara. Nulla accade. I veleni poi in parte tornano in Italia, dove il governo dovrà spendere oltre 250 miliardi di lire per uno smaltimento di cui oggi non sappiamo nulla. Perché la fine del percorso non è ancora nota, visto che la Protezione civile prima e il Ministero dell'ambiente poi non sono ancora stati in grado di rispondere ad una semplice domanda de il manifesto: dove sono finiti i fusti delle navi dei veleni?

L'elenco misterioso
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell'annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c'è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c'è qualcosa che non torna in quell'elenco. Nella lista mancano però molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti - o almeno da verificare - secondo i dati dei Lloyd's (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all'appello. E viene da chiedersi perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell'informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.

Ripartire dal passato
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd's di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio, sequestrate nella sua casa di Garlasco. Sono nomi che il capitano di vascello De Grazia stava verificando, uno per uno.

Le rotte dei veleni proseguono
Le tante archiviazioni e la mancata volontà di andare a verificare i casi sospetti hanno trasformato il nostro paese in una specie di zona franca per i traffici dei rifiuti. Non solo a terra, ma secondo i racconti che arrivano da Livorno anche nei mari protetti, nei santuari ecologici. Come il manifesto ha raccontato nei giorni scorsi, appartenenti alla Ong tedesca Green Ocean hanno denunciato di aver visto la nave cargo Toscana buttare differenti oggetti in mare il 5 luglio scorso, tra cui diversi container, mentre erano sulla nave Thales impegnata nel progetto di ricerca ambientale "Plastic From Sea". A sostegno della loro accusa, un container è stato poi ritrovato da una nave della Nato a 900 metri dalla posizione indicata dallo skipper della Thales, mentre i pescatori locali hanno trovato pesci morti nelle loro reti.
È una storia da approfondire prima di tutto per capire se i traffici clandestini coinvolgono ancora oggi il nostro paese. Anche in questo caso la documentazione in possesso dei Lloyds sulla nave oggetto della denuncia è il riferimento più certo da dove è possibile partire. Al momento del presunto scarico in mare la nave era in viaggio da Panama a Livorno. Prima di entrare nel Mediterraneo la nave aveva attraversato l'Atlantico dopo aver fatto tappa nei porti a Houston, in Cile e in Argentina. Elemento sospetto sono le numerose ispezioni subite dalla nave - ben 10 tra 2008 e 2009, di cui una mentre era in transito a Gibilterra. Secondo un'analista dei Lloyds di Londra, che vuole mantenere l'anonimato, questo numero di ispezioni è la spia che questa nave sarebbe chiacchierata e «viene tenuta sott'occhio». Al telefono la compagnia tedesca Bertling Reederei, con sede ad Amburgo, non ha nessuna voglia di parlare della denuncia e ancor meno di rispondere alle domande dei giornalisti. E Paul Thomson responsabile della flotta, compagnia tedesca proprietaria della nave Toscana, si è limitato a dire che non ha «nulla da dire riguardo a una storia tanto assurda». Che cosa trasportava il Toscana durante il viaggio verso Livorno? «Non sono tenuto a rispondere». E cosa ne pensa del container trovato a 900 metri dal punto segnalato dalla Thales? «No comment», e ha buttato giù il telefono irritato. In fondo al mar i veleni sono segreti da tenere ben chiusi.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091113/pagina/02/pezzo/264577/



FUORIPAGINA

13/11/2009

Alessandra Fava, Paolo Gerbaudo e Andrea Palladino

 

Le navi dei veleni? eccole qua, tutte e 70

In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. E' il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati – ora come nel passato – ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria.
(...)
Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui – raccontava il suo volto – avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.
(...)
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell'annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla  commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c'è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c'è qualcosa che non torna in quell'elenco.
Nella lista mancano molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd's (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all'appello. E viene da chiedersi: perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell'informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd's di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio...

(...)
(La versione integrale dell'articolo e altre informazioni e schede si trovano sul manifesto in edicola)

http://www.ilmanifesto.it/uploads/pics/mappanavi.jpg



Ecco le notizie riportate dal nostro blog in questi anni:
Una nave e mille misteri (8 novembre 2009)
News sulla presunta nave dei veleni (5 novembre 2009)

Sospiro di sollievo (29 ottobre 2009)

Ti stai sbagliando chi hai visto non è… non è la Cunski (28 ottobre 2009)

Basta veleni (24 ottobre 2009)

Lo speciale di Teleuropa Network (TEN) sulle navi dei veleni (16 ottobre 2009)
Chi l'ha visto e Current su Ilaria Alpi e navi dei veleni (14 ottobre 2009)
Nave dei veleni: quelle scorie su cui non si vuole indagare (3 ottobre 2009)
Dal Plutonio alle polveri di marmo il "cimitero" delle navi radioattive (30 settembre 2009)
C'era rimasto solo il mare. E' diventato la tomba dei veleni (26 settembre 2009)
Francesco Fonti, Jolly Rosso, Cunsky e navi a perdere (22 settembre 2009)
Ci hanno tolto anche il mare (18 settembre 2009)
Le navi dei veleni (16 settembre 2009)
Finalmente navi a perdere all'attenzione dei media (14 settembre 2009)
Il Manifesto sulla Jolly Rosso (13 settembre 2009)
Purtroppo la nave c'è davvero, come avevamo previsto
(12 settembre 2009)
E se ci fossero altre navi affondate nel Tirreno cosentino? (8 settembre 2009)
L'Espresso ancora sulla Jolly Rosso (5 settembre 2009)
Natale De Grazia: una storia italiana (19 luglio 2009)
Fino al collo (15 luglio 2009)
E poi si spacciano per uomini d'onore (13 giugno 2009)
Chiediamoci perchè aumentano i tumori (27 maggio 2009)
Stanno devastando la nostra regione e ci fanno venire i tumori (18 maggio 2009)
Jolly Rosso vergogna nera, lo dicono gli ultrà del Cosenza (26 novembre 2008)
Jolly Rosso e l'articolo dell'Espresso (18 novembre 2008)
La ndrangheta vuole bene ai calabresi!!! (23 ottobre 2008)
Mercurio, arsenico e cromo: il Tirreno violentato (23 maggio 2008)
L'atavica rabbia bruzia è anche questa (15 dicembre 2007)


Scritto da: Pablo79 alle ore 13:57 | link | commenti | categoria: mare, italia, politica, ambiente, ilaria alpi, il manifesto, somalia, fusti, rifiuti, calabria, occidente, ndrangheta, questione meridionale, cosenza, maratea, bruno giordano, campora, cetraro, navi tossiche, jolly rosso, amantea, serra ajello, natale de grazia, francesco fonti, cunsky
venerdì, 13 novembre 2009
Non solo navi dei veleni nel Mediterraneo. Catanzaro spalanca il far west di cave e laghi della ‘ndrangheta


sabato 26 settembre 2009 alle ore 12.39

 

fonte: Vox Populi il blog

Dopo quella di Paola (Cosenza) tocca a Catanzaro. La Procura della Repubblica ha infatti dato mandato alcuni mesi fa all’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpacal) di fare rilievi e analizzare il contenuto di materiale estratto dalla cava dismessa di Gimigliano, comune a un trentina di chilometri dal capoluogo.
La notizia arriva dall’ex direttore scientifico dell’Arpacal, Antonio Scalzo, che a luglio 2009 ha dato le dimissioni. “Non solo la Procura di Paola – conferma al telefono mentre è ancora convalescente dopo un’operazione chirurgica – negli ultimi tempi ha fatto ricorso al nostro lavoro, ma anche quella di Catanzaro e quella di Crotone, dove la situazione dell’ex area Pertusola è esplosiva”.

PERTUSOLA E LE MANI DELLA ‘NDRANGHETA
Pertusola Sud Crotone è l’industria calabrese che ha prodotto zinco dagli anni Venti fino alla fine degli anni Novanta. Dopo diverse indagini, il caso è finito nel mirino della Procura di Crotone che con l’inchiesta “Black Mountains”, coordinata dal pm Pierpaolo Bruni, nel settembre del 2008 ha disposto il sequestro di 18 aree tra i comuni di Isola Capo Rizzuto e Cutro.
Dal 1999 a oggi sarebbero state smaltite illegalmente 350 mila tonnellate di rifiuti cancerogeni (tra cui il cubilot, scarto di lavorazione altamente tossico della Pertusola). Disastro ambientale, ma anche discarica abusiva di materiali pericolosi, avvelenamento delle acque, turbativa d’asta e frode in forniture pubbliche: questi i reati contestati a sette indagati, tra imprenditori e funzionari pubblici.
L’accusa ritiene che le scorie, contenenti zinco, piombo, arsenico, mercurio, indio e germanio, mixate alle polveri provenienti dall’Ilva di Taranto, siano state utilizzate in edilizia, per fondi stradali e parcheggi, anziché smaltite in discariche speciali. Le indagini, partite dopo le denunce di un imprenditore specializzato nella movimentazione terra e l’esposto anonimo di un gruppo di cittadini della zona, si sono poi avvalse anche di numerose testimonianze di ex operai della fabbrica. Da queste emergerebbe l’impiego dei rifiuti anche per i lavori all’aeroporto di Reggio Calabria e all’acquedotto di Crotone, oltre che per i cortili di tre scuole della provincia a cui sono stati immediatamente messi i sigilli.
All’indomani dei sequestri, ricorda ancora Legambiente, la Regione ha costituito una task force con il compito di avviare un monitoraggio dei terreni e della falda acquifera, che hanno rilevato la presenza di sostanze tossiche, oltre a un esame epidemiologico sulla popolazione per mitigare i rischi per la salute pubblica.
L’inchiesta ha poi ipotizzato che gli scarti tossici della Pertusola siano anche finiti nel mare crotonese, visto che nel 2007 uno studio del Conisma (Consorzio nazionale interuniversitario sui fondali marini) aveva rilevato la presenza di arsenico.
Pensare che tutto questo possa essere accadute senza l’”intelligence” delle cosche crotonesi sarebbe demenziale. Così come sarebbe ingenuo pensare che – tutto ciò chenon venova smaltito illegalmente nel coclo del cemnto – fosse smaltito regolarmente. Chissà dove saranno andate a finire migliaia di tonnellate di rifiuti tossici.

LE INDAGINI A GIMIGLIANO
Anche a Gimigliano l’ipotesi, tutta da verificare, è che la cava possa ospitare anche illegalmente interrati altamente nocivi. Nessuno per il momento può escludere che contengano scorie nucleari radioattive. “Del resto, così come lungo il greto del fiume Oliva – spiega Scalzo – i tecnici stanno ancora proseguendo il loro lavoro”. Proprio lungo il corso d’acqua tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, l’Arpacal – che già 5 anni fa aveva rilevato anomalie sulle quali non era poi andata a fondo per una ragione o per l’altra – ha individuato un triangolo collinare a forte rischio radioattivo. Il legame con i traffici internazionali delle cosche sono immediati e infatti l’inchiesta della Procura di Paola racchiude nello stesso fascicolo l’affondamento della Cunsky a largo delle coste di Cetraro (Cosenza) e il filone dell’entroterra.
Procura che sta per cedere l’inchiesta sull’affondamento della Chunsky alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Lo ha detto il procuratore capo, Bruno Giordano, il 22 settembre davanti alla Commissione palamentare sul ciclo dei rifiuti, confermando quanto aveva dichiarato a me nell’intervista rilasciata sul Sole-24 Ore di domenica 20 settembre.

CAVE: IL FAR WEST CALABRIA PER LEGAMBIENTE
A preoccupare è soprattutto l’utilizzo delle cave che può essere stato fatto negli anni da parte della ‘ndrangheta.
In Calabria non esistono regole in materia di attività estrattive e quel che emerge con certezza è che la maggior parte sono del tutto illegali. Il controllo delle ecomafie sull’attività di cava permette di tenere sotto controllo il ciclo del cemento e a riutilizzare le aree abbandonate come discariche abusive con presenza di rifiuti pericolosi. Gli effetti sono evidenti nel paesaggio calabrese, con torrenti e fiumi deviati (come il Torbido e il Neto), boschi e aree cancellate.
Per dare un'idea del giro d'affari, basti pensare che è stato calcolato che la più piccola delle cave scoperte nel 2004, pari a duemila metri quadri, fruttava 100mila euro all'anno.

RAPPORTO ECOMAFIA 2009
La Direzione nazionale antimafia (Dna) non esita a denunciare la collusione tra ‘ndrangheta e istituzioni (sindaci, tecnici comunali, “perfino un ufficiale della Marina militare”) e la “pratica generalizzata del voto di scambio”. Nelle parole del magistrato della Dna Vincenzo Macrì, il giro di affari legato al “traffico, smaltimento illecito e reimpiego di rifiuti tossici”, soprattutto nelle province di Vibo Valentia e Crotone, è “colossale”. Anche la Direzione investigativa antimafia (Dia), a proposito della criminalità calabrese, concorda nell’attribuire al business dei rifiuti un posto “di assoluto rilievo dell’operatività mafiosa”.
Insomma, nessuno sa esattamente come e dove siano stati smaltiti nei decenni centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti (anche scorie nucleari) provenienti da tutto il mondo. E mentre l’attenzione si concentra nelle acque italiane del Mediterraneo, presto potrebbe aprirsi anche il fronte dell’utilizzo delle centinaia di piccoli laghi sulla Sila. Pochi forse sanno che il sistema più sicuro per conservare i fusti radioattivi è proprio quello di immergerli in acqua.
di Roberto Galullo


I veleni della Pertusola Sud che ammorbano i bimbi di Crotone: un’indagine nel cassetto per 10 anni

By claudiocordova

pertusolasud

da www.strill.it

Veri e propri viaggi della speranza, in località del Settentrione. I genitori di molti bambini di Crotone le tentano tutte per salvare i propri figli. Glieli hanno avvelenati.

Andavano a scuola ogni giorno, non potevano pensare di poggiare i piedi su un immenso tappeto di scorie radioattive, non potevano pensare di respirare veleno per diverse ore della giornata. Adesso molti di loro sono affetti da patologie tumorali, devono essere curati. Le sostanze, zinco, cadmio, nichel, gliele hanno trovate nello stomaco, nei capelli.

Appoggiavano i piedi sulle scorie dell’ex Pertusola Sud, respiravano i veleni dell’ex Pertusola Sud.

Lo hanno fatto per dieci anni.

Si perché sui veleni della Pertusola Sud era stata aperta un’indagine già nel 1998. Per dieci anni, però, oblio e polvere hanno avvolto il fascicolo. Ci ha pensato il sostituto procuratore di Crotone, Pierpaolo Bruni, a riaprire il caso nel 2008 con l’inchiesta “Black Mountains”. Secondo la stima effettuata da Bruni, fino al 1996, nei depositi dell’azienda erano stoccati almeno 200.000 metri cubi di materiale, pari a 400.000 mila tonnellate di scorie.

“Black Mountains”, montagne nere. Nere di veleno.

Il sindaco di Crotone, Peppino Vallone, è tra i più attivi: alcuni giorni fa ha disposto la chiusura a tempo indeterminato della scuola elementare San Francesco e dell’istituto tecnico commerciale Lucifero. Deve fare i conti con una città in cui la ‘ndrangheta uccide i bambini mentre giocano a calcetto, “la gente non si indigna più”, ha detto a strill.it il 21 settembre scorso, deve fare i conti con una città avvelenata.

La gente a Crotone muore e i bambini si ammalano. Che qualcosa di strano stesse accadendo, negli anni, è certificato anche nel “Rapporto Annuale su Salute e Ambiente in Italia” del 2001 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel quale viene considerato, tra le diverse zone di criticità ambientale presenti nel nostro paese, anche quello di Crotone. A riguardo è scritto:

“Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle attività industriali dell’area, soprattutto di carattere professionale (…). Anche prescindendo dalle singole cause di morte, è inoltre da segnalare un eccesso di mortalità totale intorno al 10 % in entrambi i sessi, ad indicare un carico negativo non trascurabile sulla salute”.

Lo stabilimento della Pertusola Sud, sequestrato nel dicembre del 2008, cessa la produzione nel 1999, lasciando in attività un numero ridotto di unità lavorative per completare lo smaltimento delle ferriti; l’industria trattava solfuro di zinco, proveniente dal Canada, dall’Australia e dall’Irlanda, per la produzione primaria del metallo, con un ultimo passaggio che avveniva di norma presso gli impianti di Porto Vesme, a Portoscuso, in Sardegna. L’inchiesta “Black Mountains” si occupa dell’utilizzo, a Crotone, per l’esecuzione di lavori pubblici, di scorie tossiche derivanti appunto dalla produzione della Pertusola. Sono in tutto 23 i siti sequestrati, dislocati tra i comuni di Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cutro. Sarebbero tutti avvelenati dalle scorie dello stabilimento di Crotone, un tempo appartenuto all’Eni, e da quelle dell’Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa.

Zinco, cadmio, nichel e altri metalli pesanti: le basi delle scuole di Crotone, ma anche di altri edifici pubblici e complessi residenziali. Un piazzale sarebbe stato realizzato con il cubilot, una miscela letale di zinco e altri veleni. La ditta Pertusola si difende: l’uso di tali rifiuti per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali di opere pubbliche e private sarebbe previsto dal Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1998 relativo alla procedura semplificata per lo smaltimento di rifiuti.

Ma la realtà è questa: un simile smaltimento appare assai conveniente perché permette di risparmiare, eccome, i costi di costruzione e, nello stesso tempo, di far sparire enormi, e scomodissimi, carichi di veleno.

Appena alcuni giorni fa, il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni ha notificato l’avviso di conclusione dell’indagine “Black Mountains” ai 47 indagati tra cui figurano Edo Ronchi, Ministro dell’Ambiente dal maggio del 1996 all’aprile del 2000; l’allora direttore generale del Ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini; l’ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, l’ex sindaco ed attuale consigliere regionale della Calabria, Pasquale Senatore. Sono anche indagati il legale rappresentante pro-tempore della Pertusola Sud; quelli di tre imprese edili, due di Crotone e una di Parma, e tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro. Le accuse sono gravi: si va dal disastro ambientale, alla realizzazione di discariche abusive, passando per avvelenamento di acque, turbativa d’asta e frode in pubblica fornitura.

I tecnici non si sbilanciano sui possibili danni arrecati alla catena alimentare: “Ci vorrà del tempo per capirlo”, dicono. Quel che è certo è che Crotone è, da anni, immersa nel veleno. C’è una perizia inquietante di un consulente della Procura della Repubblica di Crotone: le scorie adoperate per il conglomerato idraulico catalizzato utilizzato nelle aree sequestrate a Crotone sono

“altamente tossiche e cancerogene, le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene”.

La Calabria soffocata dalla ‘ndrangheta, dalla malapolitica, da faccendieri senza scrupoli, dopo le navi dei veleni viene risucchiata in un nuovo incubo. Questa volta, però, tutto è ancora più sconvolgente e spregevole per i responsabili, perché di mezzo ci sono bambini che, come unica colpa, pagano il fatto di essere nati in una terra senza speranza.



Rifiuti tossici: a Crotone chiuse indagini sull'ex Pertusola
La Procura di Crotone ha chiuso le indagini sullo smaltimento delle scorie tossiche prodotte dallo stabilimento ex Pertusola

24/09/2009 La Procura della Repubblica di Crotone ha chiuso le indagini sullo smaltimento delle scorie tossiche prodotte dallo stabilimento ex Pertusola ed utilizzate per realizzare il conglomerato idraulico catalizzato, il materiale per i rilevati e sottofondi di opere pubbliche.
L’avviso di conclusione indagini, emesso dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni, è stato notificato ai 47 indagati tra cui figurano Edo Ronchi, Ministro dell’Ambiente dal maggio del 1996 all’aprile del 2000; l’allora direttore generale del Ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini; l’ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, l’ex sindaco ed attuale consigliere regionale della Calabria, Pasquale Senatore.
Sono anche indagati il legale rappresentante pro-tempore della Pertusola Sud; quelli di tre imprese edili, due di Crotone e una di Parma, e tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro.
Per i 47 indagati le ipotesi di accusa sono a vario titolo disastro ambientale, aver realizzato discariche abusive, avvelenamento di acque, turbativa d’asta e frode in pubblica fornitura.
L'inchiesta è durata nove anni. Nel settembre dell’anno scorso, quando è stata assegnata al sostituto procuratore di Crotone, Pierpaolo Bruni, si è avuta una forte accelerazione delle indagini che hanno portato a numerose perquisizioni e sequestri di aree e documenti.
Tra le aree sequestrate c'è anche il suolo ed il sottosuolo di tre scuole, di cui una diventata residenza per anziani, e la banchina di riva del porto commerciale.
Nelle indagini sono confluite anche le dichiarazioni di una decina di testimoni, la gran parte dei quali ex operai dello stabilimento Pertusola Sud di Crotone. Tra i testi c'è anche un ex operaio il quale ha raccontato che «agli inizi degli anni novanta, nello stabilimento della Pertusola, mangiavano con i colleghi su fogli di amianto usati come tavola».
Tra gli ex operai dello stabilimento di Crotone c'è chi ha assistito, invece, all’utilizzo del «conglomerato idraulico per realizzare il sottofondo sul quale poi venne poggiata la rete idrica dell’acquedotto di Crotone».

fonte: Il Quotidiano della Calabria

Puntate precedenti:
Black Mountain: tracce chimiche nel sangue dei bambini (5 ottobre 2009)
Ringraziamo la 'ndrangheta per i rifiuti tossici di Crotone
(13 novembre 2008)
Scuole tossiche nelle scuole: diciotto sequestri a Crotone (27 settembre 2008)
Crotone, scuole e case fatte con i rifiuti tossici (26 settembre 2008)

Links interessanti:
www.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/004/pdf004.pdf

Scritto da: Pablo79 alle ore 13:47 | link | commenti | categoria: legambiente, fusti, rifiuti, calabria, ndrangheta, questione meridionale, crotone, pertusola, gimigliano
domenica, 08 novembre 2009
Una nave e mille misteri

Una nave e mille misteri

di Riccardo Bocca

Dopo i rilievi eseguiti, per il ministro e il procuratore Grasso il caso del relitto dei veleni è risolto. Eppure troppi sono ancora i dubbi. E si parla già di depistaggio

 

La sera di venerdì 30 ottobre, l'emittente calabrese Telespazio trasmette una puntata davvero speciale del talk show "Perfidia". In studio, c'è un gruppo di pescatori della costa tirrenica per parlare dei fondi a loro sostegno, dopo il crollo delle vendite dovuto al caso "navi dei veleni". Uno dei pescatori, Franco, non è però d'accordo. Ha saputo che il giorno prima, nel corso di una conferenza stampa, il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, hanno tranquillizzato tutti: «Il caso è chiuso», ha detto Grasso. La nave di cui il mondo intero ha parlato, a 480 metri di profondità nelle acque davanti a Cetraro, non è la pericolosa Cunski affondata dal pentito Francesco Fonti. «Si tratta del piroscafo Catania», ha spiegato Prestigiacomo, «costruito a Palermo nel 1906 e silurato il 16 marzo 1917 da un sommergibile tedesco ». Risultato: a bordo non ci sono fusti radioattivi, anzi la stiva è vuota e non c'è rischio per la popolazione.

I pescatori, Franco compreso, dovrebbero sentirsi sollevati: fine della paura, riprende la pesca. Invece no. Franco s'infuria e urla: «Negli anni Novanta c'erano sei o sette pescherecci a Cetraro, e due sono andati (quella notte con Fonti) a mettere la dinamite!». A questo punto, nello studio scende il gelo. Gli altri pescatori sono spiazzati ma lui continua, invitando la magistratura a indagare, «a mettere sotto torchio» chi andava per mare in quel periodo.

Il giorno dopo, la cassetta del programma viene acquisita dal procuratore capo di Paola Bruno Giordano. Intanto monta l'angoscia del pescatore Franco, isolato da colleghi e parenti. «La verità non interessa a nessuno», si lamenta con un cronista.

E non è l'unico, in Calabria, a pensarla così. Nei giorni scorsi, il deputato Franco Laratta (Pd) si è definito «sconcertato» dalla situazione. Di più: ha sollevato il dubbio che «qualcuno ci stia prendendo in giro, con depistaggi e mezze verità» tra «notizie parziali, fatti contraddittori ed eventi prima affermati e poi negati nelle e fra le istituzioni». Una sequenza di stranezze che parte il mattino del 27 ottobre, quando il procuratore Grasso si presenta alla commissione parlamentare Antimafia e dice: «Proprio stamane, mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non danno la certezza che si tratti proprio della Cunski, anche se il castello sembra essere compatibile con l'indicazione che viene da Fonti». L'altra ipotesi in campo, aggiunge, «è che si tratti del piroscafo Cagliari», affondato a inizio anni Quaranta.


Tutto chiaro? Al contrario. Passano poche ore, e alle 12,56 l'agenzia Adnkronos batte una nota del ministro Prestigiacomo: «Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Detto questo, le indagini continueranno «con il prelievo di sedimenti dai fondali, carotaggi in profondità e prelievi di campioni dai fusti». Informazioni nette, inequivocabili.

Che vengono smentite, però, alle 13,12: un quarto d'ora dopo. «Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche », affermano i proprietari della nave Mare Oceano (che sta svolgendo le analisi a Cetraro, e che risulta dell'armatore Diego Attanasio, coinvolto dall'avvocato David Mills nel processo in cui è stato condannato per aver mentito su Silvio Berlusconi in cambio di denaro). «Il Rov», aggiunge la Geolab, «farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunski: per noi è ancora troppo presto».

Com'è possibile tanta confusione? Perché il procuratore Grasso si sbilancia a indicare all'Antimafia il nome di un relitto sbagliato? E perché il ministro Prestigiacomo parla di rilievi avvenuti, se chi li compie deve ancora iniziare?

Difficile capirlo. Come difficili da interpretare sono le altre sfasature di questa storia. A partire dalle caratteristiche della nave Catania, che stridono con i rilievi svolti sul relitto scoperto il 12 settembre al largo di Cetraro. In quell'occasione fu calcolata una lunghezza tra i 110 e i 120 metri, una larghezza di circa 20 e un'altezza di fiancata attorno ai 10. Ora, invece, basta iscriversi al sito sui disastri navali
www.wrecksite.eu, per verificare che la Catania è lunga 95,8 metri, larga 13 e alta 5,5 (dati confermati anche dal sitowww.uboat.net e dal sito www.miramarshipindex.org.nz di Rodger Haworth, per mezzo secolo membro della World ship society). Insomma i numeri non quadrano: nemmeno con la conferenza stampa del 29, dove viene indicata una lunghezza di 103 metri.

Utile sarebbe, con queste premesse, sentire la versione del ministro Prestigiacomo, ma la richiesta di un'intervista cade nel vuoto. Ed è un peccato, perché c'è un altro elemento cruciale, che andrebbe chiarito. Nel senso che non coincidono il punto dove a settembre è stato individuato il relitto della presunta Cunski (latitudine 39º28'50"N, longitudine 15º41'E) e quello più a nord dov'è affondata nel 1917 la Catania (secondo tutte le fonti accessibili, latitudine 39º 32'N e longitudine 15º 42').

I rilevamenti sul relitto al largo di Cetraro

Lo scarto è di 3 miglia e mezzo: «Considerevole », dicono gli esperti: «Tanto da escludere una repentina deriva, causa correnti, nella discesa verso il fondo». Il sospetto, sussurrato da alcuni investigatori, è che il profilo della Catania non combaci con quello del relitto trovato a settembre. E ancora peggio: che qualcosa non convinca nelle comunicazioni della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, responsabile dell'inchiesta sulle navi dei veleni. Nella conferenza stampa del 29 ottobre, infatti, il vice procuratore Giuseppe Borrelli ha detto che «la stiva della nave» al largo di Cetraro era «vuota». Ma Pippo Arena, titolare della società Arena Sub e pilota del Rov nella prima ispezione alla presunta Cunski, lo smentisce: «La nave che ho ispezionato io aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non riusciva».

Cos'ha provocato l'assoluta discrepanza tra il ricordo del pilota e le affermazioni del vice procuratore? E come va interpretata l'altra uscita della Dda di Catanzaro, pubblicata dal "Quotidiano della Calabria"? Stavolta a parlare è il procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, il quale racconta che attorno alla nave c'era «una folta vegetazione» oltre a vari pesci. «Lo abbiamo visto dalle immagini (...). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente. La radioattività, infatti, provoca una forma di desertificazione ». Parole rassicuranti, quelle di Lombardo, perfette per placare la rabbia della popolazione locale.

Ma non condivise da Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all'Università politecnica delle Marche: «È impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità, sia coperto da vegetazione», assicura: «A quella profondità, la mancanza di luce impedisce la vita di alghe o piante marine».

Non stupisce, dopo queste parole, che il consigliere calabrese Maurizio Feraudo (Idv) abbia lanciato l'ipotesi di un «colossale depistaggio». E che il Wwf scriva al ministro Prestigiacomo e al procuratore Grasso per chiedere «una perizia comparata tra il video del Rov incaricato da Regione e Arpacal (a settembre), e quello «della nave incaricata dal ministero dell'Ambiente (che ha smentito il pericolo, ndr)». Sicuramente tutto risulterà perfetto, ma al momento niente torna.

(04 novembre 2009)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-nave-e-mille-misteri/2113913&ref=hpsp

 

 

I Calabresi vorrebbero, per una volta, sapere la verità.

 

Ecco il link della versione integrale della puntata di “Perfidia” andata in onda sull'emittente locale calabrese: http://espresso.repubblica.it/multimedia/18169087/1/3

Ecco il link dell’intervista a Pippo Arena, titolare della società Arena sub e pilota del robot sottomarino durante l'ispezione di settembre al relitto affondato al largo di Cetraro: http://espresso.repubblica.it/multimedia/18371092

Ecco il link con lo speciale dell’Espresso sulle navi dei veleni: http://speciali.espresso.repubblica.it/interattivi/dossier/index.html

Ecco le notizie riportate da questo blog in questi anni:
News sulla presunta nave dei veleni (5 novembre 2009)

Sospiro di sollievo (29 ottobre 2009)

Ti stai sbagliando chi hai visto non è… non è la Cunski (28 ottobre 2009)

Basta veleni (24 ottobre 2009)

Lo speciale di Teleuropa Network (TEN) sulle navi dei veleni (16 ottobre 2009)
Chi l'ha visto e Current su Ilaria Alpi e navi dei veleni (14 ottobre 2009)
Nave dei veleni: quelle scorie su cui non si vuole indagare (3 ottobre 2009)
Dal Plutonio alle polveri di marmo il "cimitero" delle navi radioattive (30 settembre 2009)
C'era rimasto solo il mare. E' diventato la tomba dei veleni (26 settembre 2009)
Francesco Fonti, Jolly Rosso, Cunsky e navi a perdere (22 settembre 2009)
Ci hanno tolto anche il mare (18 settembre 2009)
Le navi dei veleni (16 settembre 2009)
Finalmente navi a perdere all'attenzione dei media (14 settembre 2009)
Il Manifesto sulla Jolly Rosso (13 settembre 2009)
Purtroppo la nave c'è davvero, come avevamo previsto
(12 settembre 2009)
E se ci fossero altre navi affondate nel Tirreno cosentino? (8 settembre 2009)
L'Espresso ancora sulla Jolly Rosso (5 settembre 2009)
Natale De Grazia: una storia italiana (19 luglio 2009)
Fino al collo (15 luglio 2009)
E poi si spacciano per uomini d'onore (13 giugno 2009)
Chiediamoci perchè aumentano i tumori (27 maggio 2009)
Stanno devastando la nostra regione e ci fanno venire i tumori (18 maggio 2009)
Jolly Rosso vergogna nera, lo dicono gli ultrà del Cosenza (26 novembre 2008)
Jolly Rosso e l'articolo dell'Espresso (18 novembre 2008)
La ndrangheta vuole bene ai calabresi!!! (23 ottobre 2008)
Mercurio, arsenico e cromo: il Tirreno violentato (23 maggio 2008)
L'atavica rabbia bruzia è anche questa (15 dicembre 2007)

Scritto da: Pablo79 alle ore 17:49 | link | commenti | categoria: mare, italia, politica, ambiente, ilaria alpi, somalia, informazione, muto, fusti, rifiuti, calabria, ndrangheta, questione meridionale, cosenza, lespresso, maratea, bruno giordano, campora, cetraro, metaponto, navi tossiche, jolly rosso, amantea, serra ajello, natale de grazia, francesco fonti, cunsky
venerdì, 06 novembre 2009
INCHIESTA IPG, DON LUBERTO CONDANNATO A 7 ANNI

Cosenza, 6 nov. (Adnkronos) - Sono arrivate le prime sentenze per la vicenda dell'Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, la fondazione gestita dall'ex sacerdote Alfredo Luberto che secondo la Procura di Paola avrebbe ''ingoiato'' decine di milioni di euro senza garantire ai degenti (per la maggior parte malati psichiatrici) un'adeguata assistenza. Il gup di Paola Maria Luisa Arienzo ha emesso oggi la sentenza. Alfredo Luberto e' stato condannato a sette anni (la richiesta del pm Eugenio Facciolla era di sei anni e mezzo), 4 mesi per l'ex direttore Mario Carpino, Aurora Morelli e Bernardino de Simone, un anno per Renato Cuconato. In due hanno patteggiato, a due anni Giorgio Giacomo Bianchi e a un anno e quattro mesi Michelangelo Leo.

Lo scandalo arrivo' nel luglio 2007, quando don Alfredo venne arrestato dalla Guardia di Finanza. Nel marzo di quest'anno in 27 sono stati rinviati a giudizio e l'ex sacerdote presidente della Fondazione e altri quattro indagati hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato.

www.liberonews.it


La storia del papa Giovanni XXIII di Serra Ajello
Calabria: Nè Stato nè Chiesa
 

Scritto da: Pablo79 alle ore 22:42 | link | commenti | categoria: chiesa cattolica, calabria, cosenza, serra ajello, don luberto