














Le ‘ndrine sono state in grado di recuperare il terreno perduto grazie ad una strategia operativa che ha evitato manifestazioni eclatanti di violenza, tali da attirare l’attenzione e divenire controproducenti, attuando piuttosto un’infiltrazione ambientale anonima e mimetica tale da destare minor allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro capi le forme rassicuranti di gestori e imprenditori di attività economiche e finanziarie del tutto lecite .[1]
In tal modo si è realizzato un controllo ambientale che, in sentenze già passate in giudicato, è stato definito “selettivo” e cioè strettamente funzionale nel suo “stile” al raggiungimento degli scopi del programma criminoso in un’area geografica giustamente ritenuta diversa per cultura, mentalità e abitudini rispetto a quella di origine. Non per questo un controllo meno pericoloso in quanto più idoneo, proprio per la sua invisibilità, a rimanere occulto e ad essere meno oggetto di risposte tempestive da parte delle forze dell’ordine e della società civile.
La strategia di “inabissamento” di queste cosche invisibili che sono riuscite a riprodursi nonostante i colpi loro inferti dalle grandi indagini degli anni ’90 è stata favorita da un insieme di condizioni.
In sintesi i fattori che negli ultimi anni hanno giocato a vantaggio delle cosche operanti in Lombardia possono essere i seguenti:
- la capacità delle cosche, e soprattutto quelle calabresi per la loro strutturazione familistica di tipo orizzontale , di rigenerarsi tramite l’entrata in gioco di figli e familiari di capi-cosca arrestati e condannati all’ergastolo o a pene elevatissime a seguito dei processi degli anni ’90. In pratica ogni cosca, da quella di Coco Trovato a quella di Antonio Papalia a quella dei Sergi, ha visto il formarsi, sotto la guida dei capi detenuti, di una nuova generazione.
- le scarse risorse specializzate messe in campo dalla Stato in Lombardia e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia. Basti pensare ad un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 uomini del R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello S.C.O. della Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A. che ha competenza peraltro su tutta
L’insufficienza di uomini, più volte denunziato dai rappresentanti della D.D.A. è pari all’insufficienza di mezzi, cause spesso del rallentamento di alcune indagini.
- altro elemento che ha influito soprattutto nell’opinione pubblica è rappresentato dall’esplosione, negli ultimi anni, del tema della percezione della sicurezza che, soprattutto in un’area come Milano e il suo hinterland ha spostato l’attenzione sulla microcriminalità in genere collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale. E ciò, nonostante l’incessante lavoro e i risultati importanti ottenuti dalla D.D.A..
In questo contesto di “disattenzione” le cosche hanno scelto come sempre le attività criminose più remunerative con minori rischi e hanno evitato, per quanto possibile ma con successo, le faide interne e i regolamenti di conti che avevano preceduto soprattutto con sequele impressionanti di omicidi le indagini degli anni ’90 e che avevano avuto l’effetto di suscitare un immediato e controproducente allarme sociale.
Del resto in una metropoli come Milano in cui, secondo le statistiche, circa 120.000 milanesi fanno uso stabile o saltuario di cocaina, c’è “posto per tutti” ed è stato possibile, per i vari gruppi attuare una divisione del mercato e del lavoro in grado di soddisfare tutti senza concorrenze sanguinose, dall’acquisto delle grosse partite sino alla rivendita nelle varie zone.
Le numerose operazioni condotte dalle Forze dell'Ordine e dalla Magistratura hanno consentito di delineare un quadro della criminalità organizzata, prevalentemente di matrice calabrese, presente sul territorio lombardo.
Le cosche ivi operanti, sviluppatesi con i tratti tipici della malavita associata negli anni '70, presentano una struttura costante, caratterizzata da un nucleo di persone legate strettamente tra loro da vincoli di parentela, spesso formalmente affiliate alla 'ndrangheta, a cui si affianca una base numericamente più ampia con funzioni esecutive, che assicura un apporto continuo nella realizzazione degli obiettivi criminali.
Malgrado il contatto con realtà diverse, i componenti di questi gruppi hanno mantenuto le peculiarità comportamentali e gli atteggiamenti culturali della criminalità organizzata calabrese.
Anche per la ‘ndrangheta, sul territorio lombardo, prevale una strategia di un basso profilo di esposizione, pur non mancando atti violenti, quali l’agguato in viale Tibaldi di Milano, dell’aprile 2007, ove un pregiudicato calabrese è stato ferito con colpi di arma da fuoco per motivi forse correlabili alle attività illegali del caporalato, che sembra costituire un mercato in espansione per la ‘ndrangheta.
Non sono neppure mancati episodi estorsivi, che hanno coinvolto pregiudicati di origine calabrese, con interessi nel campo dell’edilizia a Caronno Pertusella (VA).
Tuttavia l’aspetto militare, pur se cautelativamente messo in sonno, non è certo stato abbandonato dalla strategia dei gruppi calabresi e si ha almeno un esempio di tale potenzialità dal sequestro di un imponente arsenale a disposizione della ‘ndrangheta calabrese rinvenuto in un garage di Seregno nell’ambito dell’operazione “Sunrise” nel giugno 2006. L’arsenale era a disposizione di Salvatore Mancuso e del suo gruppo appartenente al clan di Limbadi (VV) da tempo sbarcato in Brianza. Un vero e proprio deposito di armi micidiali: kalashnikov, mitragliatori Uzi, Skorpion, munizioni e cannocchiali di precisione, bombe a mano. Le attività criminali accertate sono state le truffe, il traffico di droga e l’associazione a delinquere finalizzata all’usura. Il prosieguo dell’indagine consentiva l’ulteriore arresto complessivamente di 32 soggetti, originari del Vibonese, indiziati di traffico di droga, usura e truffe. Le attività usurarie venivano praticate attraverso un membro dell’organizzazione, titolare di imprese edili ed altre società, che erogava a imprenditori in difficoltà prestiti con interessi fino al 730%.
Le truffe avvenivano, con meccanismi complessi di mancati pagamenti, ai danni di società di lavoro interinale, conseguendo illeciti introiti per oltre 800 mila euro.
Le indagini hanno messo in luce anche un elevatissimo gettito, proveniente dalle attività estorsive e valutato in circa 3 milioni di euro.
[1] La strategia del “silenzio” non esclude ovviamente messaggi fortemente intimidatori quando necessari al buon funzionamento della strategia generale come testimoniano i tre incendi tra il marzo 2003 e il novembre 2005 delle autovetture del Sindaco di un Comune chiave per la strategia delle cosche e cioè Maurizio Carbonera Sindaco del centro-sinistra di Buccinasco impegnato nell’approvazione di un piano regolatore non gradito ai clan che controllano il locale mercato dell’edilizia. Il Sindaco Carbonera è stato anche destinatario di una busta con un proiettile di mitragliatrice. A Buccinasco, definita
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Puntate precedenti:
'Ndrangheta/3: il controllo del territorio
'Ndrangheta/5: le differenze rispetto alle altre mafie
'Ndrangheta/6: 'ndrangheta e massoneria
'Ndrangheta/7: le famiglie e il territorio - provincia di Reggio Calabria
‘Ndrangheta/8: provincia di Catanzaro
‘Ndrangheta/9: provincia di Cosenza
‘Ndrangheta/10: provincia di Crotone
‘Ndrangheta/11: provincia di Vibo Valentia
‘Ndrangheta/12: il fallimento dello sviluppo
‘Ndrangheta/13: Gioia Tauro: Porto Franco
‘Ndrangheta/14: La Salerno – Reggio Calabria
‘Ndrangheta/15: Economia parallela
‘Ndrangheta/16: La pubblica amministrazione
‘Ndrangheta/17: I finanziamenti europei
‘Ndrangheta/18: Europaradiso e i patrimoni mafiosi
‘Ndrangheta/19: Salute pubblica
‘Ndrangheta/20: Salute pubblica parte 2
‘Ndrangheta/21: Villa Anya. L’onorata sanità e il sistema Crea
‘Ndrangheta/22: Il caso Vibo: un triste record
‘Ndrangheta/23: Il caso Fortugno
‘Ndrangheta/24: Colonizzazioni - Lombardia/1
Onorata Sanità, i rapporti
tra Ritorto Marcianò e Crea
Un imputato di “Onorata sanità” rivela che il killer di Fortugno andava nella segreteria dell’ex consigliere regionale. Errante racconta le cene elettorali a Locri con professionisti e poliziotti
03/03/2009 «Non ho mai conosciuto personalmente Salvatore Ritorto, però ricordo che qualche
volta ha accompagnato Giuseppe Marcianò presso la segreteria politica di Crea a Reggio Calabria».
L’ex consigliere regionale Domenico Crea conosceva dunque il killer di Francesco Fortugno. Almeno così sostiene Giuseppe Errante, su capo elettore di Bova Marina. Una persona che per alcuni periodi è stata molto vicina all’esponente politico calabrese e che, nell’ultima fase, se ne era allontanato «perchè non manteneva le promesse».
Errante, indagato assieme ad altre persone nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità”, ha spiegato il suo rapporto con Crea durante un interrogatorio del dicembre scorso. Circostanza nella quale ha ammesso di essere stato lui a mettere in contatto Crea e Alessandro Marcianò.
Un racconto dal quale emerge anche come l’uomo, abbia partecipato alla campagna elettorale per le regionale del 2005 accanto a Crea, allora candidato nelle fila della Margherita.
Il primo passaggio Errante lo riserva proprio all’incontro tra Crea e Marcianò. Quest’ultimo era un suo amico che lo aveva aiutato in occasione di alcune visite che la moglie aveva dovuto fare all’ospedale di Locri.
Da lì un rapporto cordiale tra i due e la richiesta di Marcianò di avere un incontro con Crea.
Errante avrebbe raccontato anche di cene elettorali a cui prese parte direttamente o di cui seppe. Dai racconti emerge la diffidenza di Giuseppe Errante, il quale non si fidava di Crea, perchè questi aveva tante volte disatteso le aspettative dei propri capoelettori.
Articolo preso da “Il Quotidiano della Calabria” di qualche giorno fa
